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⭕ Letture fondanti per terapeuti curiosi ⭕ A cura di Gaia Orsenigo, Alberti Milesi e Tea Mareschi Quando affrontiamo un viaggio in un paese lontano e sconosciuto pensiamo a dove alloggeremo, a quali città dovremo visitare, quali musei, quali paesaggi scopriremo e a tutto ciò che ci sarà di nuovo e ignoto in quella terra lontana e certamente, per prima cosa, ci ritroveremo a pensare a come arrivare fin laggiù e a quale mezzo di trasporto dovremo affidarci per arrivare a destinazione. Questa è un po’ la domanda che si pone Antonino Ferro nell’articolo “Navette per l’inconscio: rêverie, trasformazioni in sogno, sogni”: quali sono gli shuttels in grado di trasportarmi fino a quell’oscuro territorio che è l’Inconscio del paziente? Interesse dell’autore infatti non è tanto descrivere concettualmente l’Inconscio, quanto individuare i mezzi di trasporto che possono condurci là, quelle navette che consentono di andare e venire e che permettono all’Inconscio stesso di costruirsi all’interno della cornice analitica, ideata per creare le condizioni in cui l’analizzando, insieme all’analista, può sognare esperienze emotive fino a quel momento non sognabili. In questo articolo Ferro, facendo riferimento alla Teoria del Campo analitico, ci dice che l’obiettivo dell’analisi deve essere quello di rendere pensabili/sognabili le esperienze che fino a quel momento non lo erano mai state facendo uso di tutti quegli strumenti in grado di espandere l’oniricità della seduta e quindi di generare un arricchimento trasformativo dell’Inconscio. L’analista deve utilizzare strumenti come la rêverie, le trasformazioni in sogno, il talking as a dreaming e lo sviluppo del contenitore come mezzi per rendere sognabile l’insognabile e quindi attivare il dreaming ensamble, secondo Ferro vero fattore di guarigione in analisi. Se, in quanto terapeuti curiosi, vi state chiedendo quali mezzi dover prendere per conoscere e sognare l’Inconscio insieme a vostri pazienti, potete proseguire la lettura dell’articolo consigliato dalla Dott.ssa Orsenigo: - Sulla Rivista di Psicoanalisi (2010), (56)(3): 615-634

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